martedì 6 dicembre 2016

Chi scrive



"Lo strano è che a chi scrive possono essere sommamente benefiche le totali demolizioni, nella stessa misura in cui possono essere sommamente benefici i pieni consensi. Chi scrive è vanitoso e depresso. Lo accompagnano e lo soccorrono demolizioni e consensi, nutrendolo, sostenendolo mentre rimbalza da una parte e dall'altra, fra le depressioni e i sogni di gloria. Quello che fa veramente male a chi scrive è invece una compiacente, piovosa, opaca, assonnata indifferenza".

Natalia Ginzburg





























sabato 12 novembre 2016

Una recensione di "Paradiso", di José Lezama Lima





Condivido una bellissima recensione del romanzo, "Paradiso" di José Lezama Lima, dal blog "Dietro le parole.it. Appunti di lettura".

























mercoledì 2 novembre 2016

Orazio, mi pare la pensava così



Giuseppe Berto

Piccole, grandi illuminazioni, su cose e comportamenti semmai noti, come la limatura infinita e "indefessa" di uno scritto, ma che contengono sempre una loro freschezza, ogni volta che, all'improvviso, li si riattraversa. Le verità, in qualche modo, vanno sempre un po' rifrequentate per sentirsele vive, un po' come ho fatto questo pomeriggio con l'estratto che segue:

"[...] Non vado avanti ma mi accontento sia pure a ore perse di limare indefessamente il già scritto poiché ben si sa che le opere destinate a durare hanno bisogno di lima, Orazio mi pare la pensava così e chissà quanti altri prima di lui per non dire dopo [...]".

Estratto da "Il male oscuro", di Giuseppe Berto























lunedì 24 ottobre 2016

La letteratura vuole così


Il poeta Guido Gozzano

"L'avrà notato anche Lei. Ci si commuove di più, si è quasi più indulgenti di benevolenza pietosa alle vicende di un adulterio che non alle fortune di un idillio verginale. La letteratura vuole così: è la letteratura quella che foggia la vita".

Guido Gozzano, Amalia Guglielminetti. Lettere d'amore.
















domenica 23 ottobre 2016

"The classmate": un estratto dello screenplay nella traduzione inglese


Con grande emozione stiamo ormai completando l'allineamento e la revisione dei sottotitoli inglesi del progetto "La compagna di classe" (The classmate).
Leggere e percepire le sonorità della storia con i dialoghi tradotti in un'altra lingua mi ha molto impressionato. Le suggestioni e il tocco immediato dell'inglese sono stati una scoperta felice per il testo, che mi ha ricondotto anche alla genesi del sentimento creativo, allineandolo in una nuova prospettiva, che gli ha apportato nuove profondità e risonanze. Altri fondali, forse.
Ecco un estratto dalla mia sceneggiatura originale (The classmate) nella versione inglese, tradotta da Massimiliano Antonioli.

ADELE: [...] You sound like me when i write, you know? Sometimes in Greece i wrote some things very weird and confused, when coming back home,  after i had a long walk, alone. Then i gave up and started writing for a long time, like a witch. I always wrote at night, laying on the bed.
Something like...the light of the greek sea embodies the voice of the dead. When i was alone, i thought i could be involved all of them, or maybe it was their love, that i could feel beating inside me, like the wind...or like...this sad and distant part of you.

NIK: Do you keep dreaming when you talk to me?

ADELE: Do you think it's a dream talking to me on the phone?

NIK: I don't know. Now i feel someone else... Someone i've never been. [...]

Luigi Salerno 
estratto da lo screenplay "La compagna di classe"(The classmate) Soggetto e sceneggiatura originale depositati presso la SGAE: Sociedad General de Autores y Editores Fernando VI,4 28004 Madrid.















mercoledì 19 ottobre 2016

Il valore e l'affetto


Ci si accorge di solito del proprio valore artistico per circostanze. Per un caso. Di solito sempre all'interno di cerchie ristrette, dove si è valutati non per le proprie capacità, ma per tanto altro. Quelle cerchie dove i rapporti si reggono su dinamiche affettive e dove il sentirsi eletti o amati in questa elezione è una condizione a prescindere dal resto, da quello che mi riesce, di cui sono capace.  Da quel resto che riguarda il proprio valore altro, quello che in alcuni casi vorremmo che ci rappresentasse anche quando non cambierà nulla dell'affetto che abbiamo e che spesso mettiamo in gioco come merce di scambio quando ci si esprime. Intanto sono proprio gli ambienti degli amici, dei familiari, dove si giocano i primi riflessi del valore più o meno artistico e dove si ottengono le prime conferme, i primi sintomi di un certo talento o di quello che sia. Quel riconoscimento di essere capaci, che in diversi casi o viene esaltato o, al contrario, del tutto ignorato se non ostacolato. In genere il valore artistico di un individuo non potrà non tener conto di questo passaggio obbligato: il riconoscimento, nel magma degli affetti profondi, con tutte le possibili varianti e contrasti del caso.  
Saranno davvero attendibili questi riscontri? O forse l'affetto potrebbe alterare una capacità o un valore che riscontrato in un personaggio estraneo a noi potrebbe non dire nulla? Quanto è difficile essere centrati in una dimensione stabile, dove il proprio gesto creativo non sia una rivalsa e nemmeno una carezza? Un colpo contro qualcuno che ti ha ignorato o un abbraccio verso qualcun altro che ti ha esaltato, ma una semplice espansione di una parte profonda che vuole semplicemente affiorare? O anche di una parte superficiale che vuole sprofondare in un suo abisso?
Eppure la condivisione di un proprio lavoro, al di fuori della cerchia degli affetti, incontrerà quasi sempre le luci incerte di un bosco. In diversi casi le tenebre, l'impermanenza, la distrazione, l'arroganza, l'incompetenza o al contrario la troppa conoscenza e supponenza che di solito condanna chi conosce troppo, oltre il dovuto e in diversi casi rimane ugualmente inattendibile quanto il giudizio di parte di un genitore o di un amico importante. E questi numeri collezionati dagli estranei, quelli che non sono nella cerchia affettiva, con questi comportamenti schiacciano e provocano nostalgie. Nostalgie delle cerchie ristrette dove il proprio valore era dato per scontato, per quegli elementi di accoglienza incondizionata che non lo riguardavano. 
Oltrepassare questo confine e riuscire a raggiungere un perfetto estraneo con la stessa intensità di un familiare o di un amico, è una conferma che qualcosa davvero funzioni. Quando si avverte l'affetto, come riscontro di un gesto artistico, anche in coloro che non ti sono legati da dinamiche prettamente affettive, e dove il sentirsi eletti non è per niente una condizione che prescinde dal resto, è un segnale importante quanto raro. In questo segnale vi è un approccio puro, senza interferenze di sorta.
Quando accade qualcosa del genere, allora forse qualcosa resiste all'incombenza di quel gelo nemico.  E vale la pena di incoraggiarlo.


















martedì 18 ottobre 2016

Un accento sul senso del raccontare


David Grossman

Sì, questo passaggio così particolare, che ho letto per la prima volta ieri sera, lo sento davvero un accento, un accento acuto su qualche cosa che ho sempre pensato vera e che mi è ritornata, come conferma di questa mia verità. Potrebbe apparire singolare come interpretazione, eppure la sento molto vicina alla mia sensazione dell'essere creativi e di quello che rappresenti.
Si tratta di un passaggio da "Vedi alla voce: amore" di David Grossman:

"Non riesco a capire perché non puoi scrivere in modo umanamente comprensibile... Ma perché non pensi un poco al tuo povero lettore?", lo scrittore gli rispose, e la sua voce aveva un certo eccitato tono d'orgoglio: "Io, solo a me stesso racconto questa storia... imperocché desso è l'importante insegnamento da me appreso qui, Herr Niegel, e durante tutta la mia intera vita non ero riuscito ad acquisirmi tal dottrina, ma ora ben so che dessa è l'unica via, se infatti si vuole creare qualcosa. Qualcosa che sia una vera creazione, vale a dire. Così è: ma solo per me".