giovedì 23 febbraio 2017

L'inganno





Sono stato ingannato. Mi è capitato con un romanzo di Murakami Haruki. Ma non ingannato in senso letterale dal romanzo e quindi dall'artificio dello scrittore, ma da me stesso, dalla mia percezione alterata alla sua prima lettura. Parlo del romanzo 1Q84, che acquistato intorno al 2015, – mi ricordo che era estate quando cominciai a leggerlo – mi lasciò molto perplesso e deluso. Anche adesso che ne scrivo e ricordo, mi rivedo nella luce di luglio, seduto all'aperto e immerso dentro pagine che mi respingevano o che in qualche modo respingevo perché non evocavano in me quello che mi sarei atteso da loro. Forse i requisiti per l'abbandono incondizionato, quella sorta di zona estatica dove il flusso narrante ti trascina verso l'infinito, senza lasciarti altra scelta. Quando il tempo della storia diventa il tuo tempo, un'altra zona inviolata del tuo tempo. Insomma, ogni paragrafo, ogni periodo nel quale la mia lettura progrediva, acuivano dentro di me un senso profondo di insoddisfazione e poi anche di rabbia, come se detestassi quel modo di raccontare, quell'estrema limpidezza, semplicità e nello stesso tempo ero anche tormentato dal fatto che, essendo il libro molto lungo – io avevo acquistato in blocco i primi due volumi della sua trilogia, – avrei dovuto soccombere a quell'insoddisfazione ancora per diversi giorni, possibile per tutto luglio e per buona parte di agosto, perdendo chissà quante altre magnifiche esperienze di lettura. Tra l'altro, è questo un aspetto importante da cui deriva il mio tormento, non è mai stata mia abitudine interrompere un romanzo o un qualsiasi libro una volta iniziato e nemmeno accavallarne un altro per compensazione. Mi è capitato molto raramente di lasciare a metà un libro, e di solito prima di cominciare una lettura non vado mai a caso, cerco di avere dei riferimenti, una sorta di minima garanzia, oltre all'ispirazione naturale che mi porta a scegliere quel dato libro anziché un altro. 
Intanto, quell'estate, riuscii a completare le prime due parti del libro, sempre con quella sofferenza e con quella stizza costanti, convinto di essere incappato in un'esperienza narrativa sbagliata, senza desiderare immergermi nella terza parte. Tutte le volte che mi capitava di parlare di quel libro, 1Q84 rimaneva una zona ombrosa, dove la mia lettura aveva combattuto, si era arenata. È passato del tempo. Di Murakami Haruki ho letto molto altro: "Kafka sulla spiaggia"; "After dark"; "L'uccello che girava le viti del mondo"e dulcis  in fundo il recente "Il mestiere dello scrittore", che non è un romanzo ma una raccolta di scritti, in forma di saggio, che fondono la biografia dell'autore con la sua visione della letteratura, della scrittura, quanto del rapporto tra la sua persona e la sua opera. Dopo aver letto in pochissimi giorni questo testo, che ho trovato interessantissimo, ma soprattutto perché ammantato da una limpidezza di stile, da una capacità di immediatezza e da una purezza non comuni, vedevo e avvertivo rianimarsi un particolare effetto suggestivo, un'aria buona e rassicurante, che nel romanzo 1Q84  mi era sfuggita, forse perché avevo chiuso per troppa prudenza le mie imposte. Come se solo allora, osservando in controluce le trame dell'arazzo, mi accorgessi dei riflessi sfumati della figura, delle intenzioni del disegno. In effetti Murakami Haruki scrivendo disegna. Le sue parole sono un susseguirsi di figure, alle quali è preferibile l'abbandono emozionale, anche quello più elementare dell'emozione di fronte al disegno, al colore, che altre congetture o problematiche di sorta su quello che mi sarei aspettato, che era andato perduto del mio tempo e della mia vita nell'attesa della fine.
Con questo stato d'animo e questa leggerezza, a notte fonda, dopo aver concluso "Il mestiere dello scrittore", ho riaperto dalla prima pagina 1Q84 e ne sono stato letteralmente travolto. Inspiegabilmente divorato. Ho percepito le parole nella profondità dei disegni o anche dei sogni rievocati. Ho preferito la percezione elementare, densa del suo mistero e ho assaporato la scansione e la divisione di quel tempo sospeso e narrante, come se aggiunto alla mia vita e non più sottratto. La rilettura di questo romanzo non è stata che una prima, nuova lettura. Rigenerata da uno sguardo più fresco, più innocente, di fronte all'idea che forse, in quell'estate del 2015, avevo della letteratura, o dell'effetto che certa letteratura avrebbe dovuto farmi in quelle particolari circostanze. 
Ecco allora l'inganno. L'inganno della mia reazione cieca, ma anche la bellezza del ricredersi. Di riaffrontare il sogno con nuovi occhi, riscoprendo profumi in luoghi passati forse con troppa fretta e intravedendo figure, colori e latitudini lì dove vedevo solo nebbia e grigiori. Una sorta di insolito risveglio, che mi ha rigenerato e mi ha insegnato ad ascoltare e non solo a reagire, di fronte alla magia e al mistero delle parole di un libro. Come di fronte alla magia e al mistero della vita.































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